La Basilica di Sant’Agata

Estratto dal racconto
Visto dall’alto – Asciano: persone, vie, palazzi, chiese, luoghi di memoria
di Enzo Magini

Giunti alla Fontana della Pianella, dopo aver fatto qualche altro passo in avanti, volgendo lo sguardo leggermente a sinistra, ci troviamo di fronte ad uno scenario di una straordinaria bellezza: la Collegiata di Sant’Agata, elevata, nel 1991, a Basilica minore, il luogo di culto principale, la chiesa madre del paese, nonché, il suo più insigne monumentale edificio. Sono ormai trascorsi quasi mille anni, da quando, nel 1040, la chiesa, già esistente, su quella collinetta erbosa, che dominava sul borgo, viene costituita a Pieve, con proprio fonte battesimale, proveniente dalla Pieve Sant’Ippolito, la chiesa più antica, conosciuta già dall’anno 714, edificata, forse in epoca romana, in aperta campagna, anche se non molto distante dal paese. Venuta a far parte della diocesi di Arezzo fin dal 1045, vi rimarrà fino al 1976, anno in cui passerà sotto la diocesi di Siena. La Pieve di Sant’Agata, rivestirà subito un ruolo di rilievo, avendo la giurisdizione sulle chiese di un vasto territorio, ricadente anche oltre gli attuali confini comunali, come riportato nella bolla papale del 1178, emanata dal Pontefice Alessandro III, a dimostrazione della sua importanza, non disgiunta da quella del borgo di Asciano. Eretta a Collegiata nel 1542, dal Pontefice Paolo III, la chiesa, giunge fino ai nostri giorni, come “la casa di tutto il popolo di Asciano”, il luogo amato da tutti e da ciascuno, al di là, se una persona sia credente o non credente, se va alla Messa tutte le domeniche, oppure solo qualche volta, per le feste ricordate, oppure mai. Però, quando vi entra, o vi passa vicino, la sente come qualcosa di suo, qualcosa che gli appartiene, a cui è intimamente legato. Bambini di tantissime generazioni, in Collegiata, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo, sono entrati a far parte della comunità Cristiana, poi, la prima Comunione e la Cresima, quindi, quasi tutte le coppie di fidanzati, si sono accolti, promettendosi reciproco amore e fedeltà, davanti al Sacerdote che, sempre in quella chiesa, li ha uniti in Matrimonio. Ma anche al momento della dipartita dalla vita terrena, l’ultimo saluto della comunità, anche per coloro che, da vivi, in quella chiesa non avevano messo piede, chissà da quanti anni, avviene lì, davanti a quell’altare, vicino al fonte battesimale ed al cero pasquale, dove erano stati battezzati. Circostanze diverse, momenti lieti e tristi della nostra vita, preceduti dal suono festoso o mesto delle campane, che ogni famiglia ha sempre voluto condividere con la comunità, nella nostra chiesa, fra quelle mura amiche, di fronte a quel Crocifisso che, tutti accoglie, fra le sue braccia misericordiose. A Lui vengono affidati i bambini, appena nati e, sempre a Lui, viene consegnata l’anima del defunto, nella speranza che la Sua infinita Misericordia, perdoni le sue colpe e lo accolga nella gioia eterna del paradiso. Collegiata e gente del paese: un legame inscindibile.

La scalinata e l’interno della Basilica

Cercherò di descrivere la Basilica, come io la vedo, ma non so se ne sarò capace, perché nella sua lineare e sobria bellezza, diverse sono le particolarità che la rendono unica che, probabilmente, mi sfuggiranno o non riuscirò a parlarne con le adeguate parole.
Osservandola dal basso, la Basilica o Collegiata, come continuano, affettuosamente, a chiamarla molti ascianesi, si rimane subito colpiti dall’imponenza della facciata gotica della chiesa, che si eleva su una collinetta, al termine di una originaria “piaggia” (un terreno in pendenza), sopra la quale, nel corso del secolo XIX, venne costruita la scalinata, che permettesse un più adeguato collegamento fra la piazzetta triangolare (l’ex piazza Fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, ora piazza della Basilica), con l’ingresso della chiesa. L’ampia scalinata, inizia con una prima serie di gradini, formati da blocchi di travertino rettangolari, ben squadrati, che si interrompe con una superficie pianeggiante, un primo sagrato, potremmo dire, con due terrazze laterali con ringhiere metalliche fissate a colonne di travertino; più piccola quella sul lato destro, più ampia quella sul lato sinistro, che funge anche da sagrato all’Oratorio della Compagnia di Santa Croce. Un secondo ordine di gradini, meno numeroso del primo, porta al sagrato vero e proprio della Basilica, un’ampia superficie rettangolare, pavimentata anch’essa con blocchi di travertino squadrati, dalla quale, salendo altri cinque gradini si arriva all’ingresso principale della chiesa. Una scalinata elegante che accentua la bellezza della facciata della Basilica, ma che esalta anche quella dell’insieme degli edifici che stanno ai suoi lati: la chiesetta di Santa Croce e la casa parrocchiale, sul lato sinistro, e l’ex asilo parrocchiale su quello destro. Accanto al vecchio asilo, in continuità con il sagrato della chiesa, si apre una piazzetta, una terrazza, anche questa, che permette un piacevole affaccio verso i giardini pubblici, il parco della rimembranza ed il corso Matteotti. Nell’angolo della piazzetta, quello rivolto verso il corso, si eleva la statua, in travertino bianco, di Sant’Agata, Patrona del Comune di Asciano, che rivolge lo sguardo, benevolo e benedicente, verso il centro del paese. La tradizione vuole che la Santa, avesse salvato il paese da un devastante incendio, giungendo, dal viottolo di Vallidoli, così almeno raccontavano alcuni vecchi ascianesi, ormai da tempo scomparsi. La Basilica è costruita con blocchi di travertino squadrati, disposti a filaretto (uno di seguito all’altro), sopra ad un basamento, uno zoccolo, ancora visibile e riconoscibile, forse il residuo di un prezione della chiesa. Tre archi ciechi (chiusi), a sesto acuto, occupano la parte inferiore della facciata; in quello centrale, sotto un altro arco, pure a sesto acuto, incorniciato da un cordone in travertino, un grande e massiccio portone in legno, sormontato dallo stemma del Comune di Asciano (una zampa d’orso che impugna un’ascia), permette l’accesso alla chiesa. Nel centro della parte superiore della facciata, di superficie ridotta, rispetto a quella sottostante, si apre un rosone circolare, compreso fra una cornice orizzontale ed una seria di archetti che orlano il coronamento, a capanna, della sommità del prospetto frontale della chiesa. Varcata la porta d’ingresso, l’interno della Basilica, conferma e potenzia la bellezza che abbiamo potuto godere osservando, all’esterno, la scalinata e la facciata.
Entrati, ci accoglie la navata, una grande aula in stile romano gotico, a base rettangolare, pavimentata con mattonelle di cotto quadrate, disposte, in parte a losanga (a rombo), ed in parte in modo regolare. Una scelta, fatta non a caso, fra poco vedremo il perché.
La navata è racchiusa fra tre pareti, alte e lineari, costruite con blocchi di travertino grigio, di dimensioni variabili, murati a faccia vista, a filaretto: la contro facciata, che ci siamo lasciati alle spalle, e le due pareti laterali. Nella parete frontale, si aprono due archi a tutto sesto, in travertino, il primo più alto del secondo che, pur visti da una certa distanza, colpiscono per la loro imponenza, sia in altezza che in ampiezza, per la perfezione nella disposizione dei blocchi di travertino nelle grandi volte, perfettamente rotonde, che poggiano su due poderosi pilastri a base quadrata.
Accanto ad ogni pilastro si aprono altri due archetti, notevolmente più bassi, ma di spessore doppio rispetto a quello di ciascuno dei due archi principali. Fra poco vedremo il perché. Ma, appena entrati in chiesa, siamo stati subito attratti, dalla sublime visione del grande Crocifisso, posto vicino alla parete frontale dell’abside, dietro l’altare maggiore. Una visone che ci accompagnerà, lungo tutto il percorso della navata, facendo crescere il desiderio di poterlo osservare da vicino.
Se solleviamo lo sguardo, possiamo osservare il soffitto della navata, un tetto a capanna, con cinque ordini di eleganti capriate con travature scoperte, e le tre monofore, alte e slanciate, ciascuna, sotto un arco a sesto acuto, tre nella parete di sinistra, guardando verso l’altare, e due, su quella di destra. Poco distante dalla porta d’ingresso, sulla destra, aprendo un cancello, si può entrare in una piccola nicchia, un’absidiola, in cui si trova il Fonte Battesimale, in onice, opera del 1946, dello scultore Ugo Baglioni. Il coperchio del fonte è sormontato dalla statuetta di San Giovanni Battista, mentre, intorno al basamento, sono rappresentate le tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. Questo fonte battesimale non è più in uso da diversi anni, essendo stato sostituito dal vecchio fonte, lo stesso che, nel 1045, vi venne trasferito dalla Pieve di Sant’Ippolito. Ma, percorrendo la navata, la nostra attenzione è richiamata anche dalle opere d’arte che adornano le sue pareti, a partire dalle pregevoli formelle in ceramica, raffiguranti le quattordici stazioni della Via Crucis, opera del ceramista e pittore ascianese Francesco Francini che, nel 1790, le produsse e le dipinse, per la chiesa principale del paese, nella sua fornace del Cocciaio. Si incontrano anche due affreschi: al centro della parete di sinistra, un “tondo”, raffigurante la deposizione di Gesù, un’opera di Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, facente parte di un affresco di maggiori dimensioni, andato perduto ed una tela di Francesco Vanni, raffigurante la Madonna in Trono, fra Sant’Agata e San Bernardino da Siena. Fatti ancora pochi passi in avanti, ci troviamo di fronte alla tomba di Teresa Francini Naldi, la serva di Dio, una giovane ragazza ascianese, che dedicò la sua breve vita all’assistenza dei più deboli e bisognosi. La pietra tombale, in travertino nocciola, sostenuta da tre colonnette, venne scolpita, nel 1941, da Piero Papini, maestro di scalpello e scultore, nostro concittadino, ricordato, soprattutto, per il suo gesto eroico che, nell’estate 1944, impedì che le mine piazzate dai tedeschi ai piedi della scalinata, avessero solo un parziale devastante effetto, salvando così la Collegiata dalla distruzione. Sull’altra parete, nella sua parte finale, posiamo ammirare un più grande affresco, rinvenuto durante i lavori del 1955, raffigurante la Madonna in Trono con Bambino, tra gli arcangeli Raffaele e Michele, opera di Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, oppure di Girolamo del Pacchia.
Siamo arrivati, ormai sotto alla parete frontale della navata, dove, come ho già accennato sopra, si aprono i due grandi archi, a tutto sesto, a contatto diretto l’uno con con l’altro, con il primo, però, più alto del secondo. Questa loro differenza di altezza, porta a pensare che l’arco più alto sia stato costruito successivamente, a ridosso dell’altro, quando la chiesa, nel corso del secolo XIII, venne notevolmente ampliata con l’edificazione della navata e della facciata. L’ampliamento, modificò la struttura architettonica a croce greca (croce con i due assi di uguale lunghezza) che la chiesa, probabilmente, doveva avere in precedenza, in quella a croce latina (croce con l’asse verticale più lungo di quello orizzontale). Nel pavimento in cotto, che sostituì quello in piastrelle quadrate di travertino, alla fine dei lavori iniziati nel 1994, un collegamento con lastre di pietra policroma lucidata, avente la forma del perimetro di metà di un quadrato, di uguale superficie a quella dell’abside e dei transetti, mette in collegamento i due pilastri della parete frontale della navata, per ricordare lo spazio che, una parte della struttura a croce greca occupava, prima della sua demolizione.
La diversa disposizione delle mattonelle in cotto, di cui ho prima accennato, serve appunto, per distinguere quello che era il pavimento della vecchia chiesa a croce greca, da quello, più ampio, a croce latina. I tempi di costruzione, in epoca successiva, dell’arco più alto, spiega anche il doppio spessore dei due archetti laterali. La struttura a croce latina, abbastanza diffusa in molte chiese, presenta invece, nella Basilica, una singolarità, piuttosto rara nel suo genere, poiché la navata, si prolunga anche oltre l’altare maggiore, dando spazio e forma all’abside.
I quattro pilastri che sostengono i quattro archi, identici a quello più basso della parete frontale della navata, a due a due paralleli fra loro, delimitano, al loro interno, il presbiterio, separandolo dai due transetti, posti uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, dalla navata e dall’abside. Una piccola mensola, separa ogni pilastro dalla parte semicircolare dell’arco, nel loro punto di innesto.
Il presbiterio, corrisponde “all’incrociata”, cioè al punto in cui i due assi, sia della croce greca che di quella latina, perpendicolarmente si intersecano l’uno con l’altro, indica la parte centrale della chiesa dove, idealmente, si colloca il Cuore di Gesù crocifisso, e dove si rinnova il Suo sacrificio, attraverso l’Eucarestia. I due transetti laterali, di uguale dimensione dell’abside, rappresentano invece le braccia aperte di Gesù, con le mani inchiodate sull’asse orizzontale della croce.
Il transetto a destra del presbiterio e l’abside, hanno un soffitto a vela, costruito con blocchetti di travertino disposti verticalmente (accoltellati) mentre, quello a sinistra, ha sì il medesimo tipo di soffitto, ma fatto di mattoni. La differenza è dovuta, probabilmente, ad un successivo intervento di rifacimento a causa della caduta della volta.
Al centro della parete dei due transetti laterali, rivolta verso il retro della chiesa, si apre una nicchia, una piccola abside, un’absidiola, che custodisce, sopra un altare secondario, la statua della Madonna Addolorata, quello a sinistra e, la statua di Sant’Agata, quello a destra. Osservando i due transetti e l’abside, si nota come il posizionamento delle cornici in travertino, disposte ad arco a tutto sesto, intorno alle tre pareti laterali, conferiscono ad ognuna di esse, un aspetto ad arco chiuso che, armonicamente, si combina con i quattro grandi archi aperti che limitano ciascuno dei tre spazi.
Sopra al presbiterio, sorretta dai quattro archi, si eleva la cupola, un’altra delle meraviglie della nostra Basilica, ma anche un’altra sua particolarità. Cercherò di descrive la sua parte interna, osservandola dal basso. La cupola, mostra una parte inferiore, formata da quattro pennacchi a tromba, o cuffie, che vengono a formarsi fra le parti laterali delle volte degli archi ed i punti di innesto con i sottostanti pilastri; una struttura particolare, che assomiglia alla cavità del padiglione auricolare dell’organo dell’udito. Una cornice arcuata, posta sopra le chiavi di volta dei grandi archi aperti sottostanti, sopra ciascuna delle quali si apre una piccola monofora, armonicamente, unisce fra loro le quattro trombe a pennacchi. Proseguendo verso l’alto, otto colonnette in travertino e quattro mensole, interposte fra l’una e l’altra colonnetta, sorreggono un cordone cilindrico, pure in travertino, che forma un ampio cerchio, dal quale si diparte la volta della cupola. I differenti materiali con cui venne costruita, ben visibili a circa la metà della volta, induce a pensare che la primitiva cupola avesse, alla sommità, un apertura circolare, molto più ampia di quella attuale, che sarebbe stata ristretta con lavori avvenuti successivamente. Attualmente, infatti, la cupola termina con una piccola apertura circolare, sormontata, all’esterno, da un originale tiburio, a base ottagonale, come la parte esterna della cupola stessa.
Avvicinandosi all’altare maggiore, dopo aver salito uno scalino, sulla destra del presbiterio, si trova il vecchio fonte battesimale, una vasca ricavata da un “monolite”, un unico blocco di travertino, dove poteva essere immerso il bambino da battezzare, come era in uso in quei lontani tempi, quando il fonte si trovava nella Pieve di Sant’Ippolito. Anche il il blocco di travertino, posto sotto al leggio dell’ambone, collocato sul lato sinistro del presbiterio, proviene dalla stessa antichissima Pieve. Sollevato di due gradini, segue l’altare maggiore, rettangolare, ampio, sorretto, al centro, da una basamento quadrato, ed ai lati minori da tre colonne cilindriche.
Dietro l’altare, accanto alla parete posteriore dell’abside, al margine di una terza absidiola, un piedistallo in travertino, sorregge il Crocifisso ligneo del 1400, pregevole opera artistica di ignoto autore che, se pur in lontananza, aveva subito attratto l’attenzione di chi entra in chiesa. Giunti a poca distanza, se ne può apprezzare tutta la bellezza che l’autore seppe, sapientemente, imprimerle. Amatissimo, da sempre, dal popolo ascianese, che ha visto in esso una effige miracolosa, da pregare ed implorare. La sua immagine, infatti, invita sia il credente che il non credente, non solo ad osservarlo con devozione e rispetto, ma ad inginocchiarvisi di fronte, per ringraziare il Signore, di averci, con la sua morte in croce, redenti, tutti quanti, dai nostri peccati. Per testimoniare la comune fede della nostra gente verso questo amato simulacro, fin dal 16 settembre 1753, terza domenica del mese, il popolo di Asciano, unanimemente concorde, volle dare inizio ai festeggiamenti in suo onore, portando la sacra effige, collocata su una apposita “macchina”, in processione, al solenne suono delle campane della Collegiata e del “campanone” della Torre Civica (simbolo della partecipazione di tutta la comunità civile), per le vie del paese: via di Copperia (via Bartolenga), Piazza del Grano, borgo sinistro del Ghetto (via Conte Guido), Sant’Agostino, quindi, la via Maestra, fino alla Pianella. Le cronache di quel tempo, riferiscono di una grande partecipazione popolare, di un paese in festa, con tutte le vie illuminate da torce e lumicini. Una grande festa, una dimostrazione di fede semplice e popolare, che si è protratta nel tempo, giungendo fino ai nostri giorni, seppure, in tempi recenti, altri concomitanti avvenimenti, abbiano offuscato l’originale significato.
Molti sono stati gli interventi di ristrutturazione che hanno interessato la chiesa nel corso dei secoli, fino a portala ad avere l’aspetto interno ed esterno che oggi possiamo ammirare. Oltre all’ampliamento avvenuto nel corso del XIII secolo, con la costruzione della navata e della facciata, di cui ho già parlato in precedenza, fra il 1878 ed il 1885, su progetto dell’architetto Partini, la chiesa venne interessata da dei lavori di ristrutturazione che ne cambiarono, non di poco, la fisionomia del suo interno. Furono, infatti, demoliti i sette altari barocchi che si trovavano ai lati della navata e costruito l’altare maggiore, vennero inoltre intonacate le pareti, gli archi e le volte dell’abside e dei transetti. Il tutto fu dipinto con strisce bianche e rosse disposte, orizzontalmente, lungo le pareti e, verticalmente, negli archi e nelle volte. Contemporaneamente si rese necessario procedere anche alla realizzazione di un basamento al campanile, ancora ben visibile, nel tentativo di risolvere il problema della instabilità. Sette anni di lavoro, durante i quali la Collegiata rimase chiusa al culto, per essere poi riaperta, il 10 maggio 1885, con una solenne cerimonia, presieduta dal Vescovo di Arezzo, con grande partecipazione del popolo ascianese. Era allora Proposto, Don Paolo Bonichi.
Dopo quasi settant’anni, nel 1954, l’allora Proposto Don Angelo Sadotti, proveniente dalla Val di Chiana aretina, volle, con impegno e determinazione, intraprendere una nuova opera di restauro che riportasse l’interno della chiesa a recuperare il suo aspetto primitivo. Le pareti, gli archi, le volte, la cupola, furono “liberate” dall’intonaco che le ricopriva, tornando a mostrare la pietra viva, i blocchi di travertino, con cui erano stati costruiti. La chiesa venne, naturalmente, chiusa al culto, le messe celebrate in Sant’Agostino. Furono lavori complessi e costosi, e non mancarono imprevisti. Togliendo l’intonaco, non tutti i blocchi di travertino, che venivano scoperti, erano in buone condizioni di conservazione, per cui dovettero essere, in tutto, o in parte, sostituiti con dei “pezzi nuovi”, ancora oggi, ben distinguibili da quelli originali, per il loro colore più chiaro, sia nelle pareti che nei soffitti del transetto di destra e dell’abside. Venne rifatto anche tutto il pavimento con mattonelle quadrate di travertino, provenienti dalle cave delle Serre di Rapolano. Terminati i lavori, la chiesa tornò, nel suo insieme, a ritrovare l’antico splendore. Il Proposto Don Silvano Dominici, ascianese, subentrato nel 1988, a Don Angelo Sadotti, si fece promotore dell’ultimo intervento, in ordine di tempo, di ristrutturazione della Basilica; i lavori iniziarono nel 1994 ed interessarono sia la rimozione delle piastrelle di travertino che ricoprivano il pavimento, sia della balaustra, pure in travertino, che faceva da ornamento alle parti del presbiterio rivolte verso la navata e verso i due transetti, nonché l’installazione dell’impianto di riscaldamento, posizionandolo sotto il pavimento. Il nuovo pavimento in cotto rosso, e la rimozione della balaustra, portarono a completamento l’opera di restituzione, dell’interno della chiesa, a quello che doveva essere il suo aspetto originale.

Le parti esterne della Basilica

Se siamo rimasti colpiti dalla bellezza e dai tratti originali dell’interno della Basilica, non di meno lo saremo anche dall’osservazione della sue parti esterne, in particolare da quella posteriore. Bellissima, e dal sapore antico, mi rimanda, con la mente, al momento in cui, forse verso la fine del primo secolo dopo Cristo, iniziò l’edificazione della chiesa, su quella collinetta che dominava sul primitivo borgo. Gli abitanti del borgo, avevano individuato il punto giusto dove costruire il tempio che, con il trascorrere dei secoli, sarebbe diventata la chiesa principale del paese, per divenire prima Collegiata e poi Basilica, la nostra chiesa madre. Venne costruita un chiesa più piccola di quella a tutti noi così familiare, con una struttura a croce greca, con la navata avente la stessa lunghezza del transetto, quindi, con la facciata rivolta verso il paese, che doveva trovarsi, in una posizione arretrata di circa una decina di metri rispetto alla attuale facciata. Per meglio intenderci, dove ora si trova il lato frontale di quella striscia in marmo policromo nel pavimento della navata, messa lì, proprio per ricordare la vecchia struttura a croce greca che la chiesa doveva avere prima dell’ampliamento del 1200, che la portò ad assumere una struttura a croce latina.
Le parti rimanenti della vecchia chiesa, sono l’abside ed i due transetti laterali, la cupola e la torre campanaria. L’abside ed i transetti, sono ben riconoscibili anche dall’esterno per i loro tetti a capanna, per i muri perimetrali fatti con blocchi di travertino grigio e da qualche mattone rosso disposto, qua e là, in modo irregolare, oppure a formare le spallette e gli archi di vecchie porte d’ingresso, tamponate, cioè chiuse, chissà da quanti anni. Materiali che mostrano i segni del tempo trascorso, da quando, le abili mani di capimastri, muratori e manovali, con tanta fatica, ma anche con tanta passione, li costruirono, oltre mille anni or sono. La cupola che, all’interno della chiesa, sovrasta il presbiterio è, nella parte esterna, racchiusa all’interno di un tiburio a base ottagonale che unisce l’abside, i transetti, e la navata. Le otto pareti verticali del tiburio, ciascuno ornata, nella parte alta, da otto archetti, sostengono il tetto, composto, anch’esso, da otto falde triangolari. Al centro del tetto, si eleva, un altro piccolo tiburio, una lanterna prismatica, con base ottagonale con otto facce laterali, in ognuna delle quali si apre una stretta e piccola monofora, che porta la luce all’interno della cupola. Sopra il coronamento di questo secondo tiburio, una snella piramide, ovviamente, con base ottagonale, sostiene una sfera con sopra la croce.
La cupola della basilica: una meraviglia, vista sia dall’interno, che all’esterno della chiesa.
Rimane da descrivere la torre campanaria, il campanile che venne eretto, non contemporaneamente alla costruzione della vecchia pieve a croce greca, ma negli anni successivi, probabilmente, nella seconda metà del 1200, e non a diretto contatto con la primitiva chiesa, ma distaccato, anche se non di molto.
Il campanile, a base quadrata, sarebbe venuto ad essere inserito, inglobato, nella chiesa, come lo è oggi, al momento del suo ampliamento, avvenuto, come già detto, con la costruzione della grande aula rettangolare, come si può facilmente vedere, osservando, dall’interno della basilica, la parte finale della parete destra della navata, dove, fra l’altro, e per diretta conseguenza, sono presenti due monofore, invece che tre, come nella parete di sinistra. Quello che tutti siamo abituati a vedere e ad ammirare per la sua altezza ed imponenza, è un campanile sicuramente diverso da quello originariamente costruito. Il primo campanile, infatti, aveva tre piani e non quattro, quindi, un’altezza inferiore a quella attuale. Nel primo piano, in ciascuna faccia della torre, si trovavano tre finestre a monofora, mentre sul secondo e terzo piano, c’erano, sempre su ciascun lato, una finestra a bifora, con colonnetta centrale. La cella campanaria, era posta nel terzo piano, ed ospitava la prima campana, risalente al 1280, dedicata alla patrona Sant’Agata. In proposito sono ancora visibili la mensole, su cui poggiavano le travi in legno che sostenevano la vecchia campana.
L’innalzamento del campanile, avvenne allorquando, nella seconda metà del 1500, come già detto in un precedente capitolo, le migliorate condizioni economiche dell’intera popolazione del paese, portarono alla costruzione della Torre della Mencia, la Torre Civica, simbolo della comunità civile. Poiché l’altezza della Torre Civica poteva superare quella del campanile della Collegiata, l’autorità ecclesiastica, non potendo accettare questo “stato di inferiorità”, decise di sopraelevarlo di un quarto piano, portandolo ad avere l’attuale altezza. L’ultimo piano, con le quattro grandi aperture arcuate a tutto sesto, le merlature a base quadrata, sormontate da una punta a forma di piramide, conferì al campanile, non solo una maggiore altezza, ma anche un aspetto più elegante e solenne, quello che siamo abituati a vedere ed apprezzare. Tuttavia, sia l’innalzamento che l’aggiunta di altre campane a quella di Sant’Agata, portarono ad accentuare l’instabilità della torre campanaria. Nel 1650 venne, infatti, deciso di posizionare nella cella campanaria che, dopo l’innalzamento era stata spostata al quarto piano, una seconda grande campana, dedicata a Santa Lucia, nel 1726, sulla sommità del campanile, fu collocata la campanella di San Pietro, infine, nel 1805, venne aggiunta l’ultima grande campana, quella dedicata al Santissimo Crocifisso.
Nel tentativo di porre rimedio all’aggravarsi delle condizioni di stabilità del campanile, furono tamponate le finestre a monofora ed a bifora del primo e secondo piano, lasciando aperte solo quelle del lato est, ancora presenti, e costruito un grande basamento, durante i lavori del settennio 1875–1882. L’annoso problema continuò comunque a persistere, solo i lavori di posizionamento di micropali alla base del campanile, avvenuto nel 1992, Proposto Don Silvano Dominici, sembra, almeno fino ad ora, aver risolto la complessa problematica.
Il susseguirsi, nei secoli, di aggiunte di nuove campane, indica il desiderio della comunità, di avere un suono sempre più completo ed armonioso che, dal campanile, si diffondesse nel paese e nelle campagne circostanti. Un suono molto amato da tante generazioni della nostra gente, un suono che ci avverte dell’arrivo delle ore 12 (mezzogiorno), e preannuncia l’avvicinarsi della celebrazione delle Messe domenicali, un “doppio” solenne, nelle ricorrenze di festività importanti, o in occasione della festa patronale di Sant’Agata, o delle feste in onore del Santissimo Crocifisso, o come accompagnamento alle processioni, ma anche un suono mesto, nelle tristi circostanze delle dipartite dalla vita terrena.
Per secoli, le campane vennero fatte suonare tirando, con non poca fatica, le lunghe funi che, dalla cella campanaria “scendevano” fino alla base del campanile, al quale si accedeva e si accede ancora, da una porta pasta nel transetto di destra, accanto alla postazione del complesso dei cantori parrocchiali. Una mansione non facile, che i sacrestani imparavano con l’insegnamento dei loro predecessori e con il passar degli anni. Oggi è tutto più semplice, i moderni meccanismi elettronici permettono di programmare l’orario ed il tipo di suono desiderato, manca però la manualità della persona, l’originalità del suono che ognuna di esse sapeva imprimere alle campane. Da circa la metà degli anni ‘90 del secolo scorso, le campane della Basilica, suonano anche i rintocchi delle ore del giorno, in contemporanea, o quasi, con il campanone della torre della Mencia; due suoni dal timbro diverso, ma ambedue piacevoli da sentire, che segnano il trascorrere delle ore, e fanno parte del nostro vivere quotidiano.

Il vecchio cimitero e gli edifici vicini alla Basilica

Il nostro cimitero, non sempre è stato nel luogo dove oggi si trova, infatti, fino agli inizi del 1800, come avveniva un po’ ovunque, si trovava accanto alla chiesa della Collegiata, occupandone le parti attualmente comprese fra la Basilica e l’ex asilo Parrocchiale, e l’area posta sul retro della chiesa, probabilmente delimitata dalla cinta muraria, prima che questa venisse abbattuta per ingrandire il luogo di sepoltura che, con il passar del tempo, andò ad occupare anche la superficie dove oggi si trova lo stadio Guglielmo Marconi. La vecchia sede della Confraternita di Misericordia, altro non era che la cappella cimiteriale. A seguito dell’editto napoleonico del 1804, che ordinava che le sepolture non dovessero più avvenire all’interno delle mura cittadine, ma bensì in luoghi posti al di fuori dei centri abitati, il cimitero venne spostato oltre il Ponte del Garbo, nel luogo che tutti ben conosciamo. La presenza del vecchio cimitero è stata confermata dal ritrovamento di ossa umane nei diversi lavori eseguiti nelle vicinanze della Basilica, nonché all’interno della stessa chiesa, durante il rifacimento del pavimento. La cappella del vecchio cimitero divenne, nel 1844, la sede della Confraternita di Misericordia e Sacro Chiodo, rimanendolo fino al 2001, anno in cui l’Associazione si trasferì nella nuova sede di via Barna.
Come si può facilmente osservare, la cappella si trova sull’angolo, quasi retto, di quel tratto di cinta muraria, ancora oggi visibile e ben conservata che, partendo dalla porta Sant’Agata (o porta Maggiore o Massini), faceva con il tratto di mura, non più esistente, che cingeva il retro della Collegiata. Con la distruzione del Palazzo Massini del 1944, gli edifici che si trovavano sulla destra della Collegiata, vennero a perdere i connotati che avevano precedentemente; di ciò che esisteva, rimase soltanto una parte dell’Asilo parrocchiale, tutto il resto divenne un cumulo di macerie. Al posto di quanto era stato distrutto, oggi troviamo la piazza adiacente al sagrato della Basilica, con i sottostanti locali di Banca Centro, e l’edificio dell’ex Asilo parrocchiale, ampliato, rispetto a quanto era rimasto, come si può constatare dalla differenza, anche nel colore, fra i blocchi di travertino della facciata rivolta verso piazza della Pace (ex piazza Regina Elena).
Nell’edifico dell’ex Asilo parrocchiale, abitavano le Suore, e svolgevano, fra le loro varie mansioni, anche quella di educatrici dei bambini, un servizio importante per la comunità, al tempo in cui, se pur poche erano le donne che lavoravano, non esisteva la scuola materna statale. Molte famiglie, specialmente di coloro che abitavano in paese o nelle zone limitrofe, affidavano volentieri i loro bambini di 3-4-5 anni all’asilo delle Suore che, con poca spesa, li educavano, li abituavano a stare insieme, li preparavano all’ingresso nella successiva Scuola elementare.
Chi lo desiderava, poteva far rimanere i bambini a pranzare nella mensa delle Suore, e riprenderli nel pomeriggio. Tante generazioni di persone, ormai non più giovani. ebbero modo di frequentare questo asilo, portandone un piacevole ricordo, in particolare di quella giostra, che era il centro del divertimento nei momenti dedicati al gioco. Abitando in campagna, piuttosto lontano dal paese, non frequentai l’asilo, ma conobbi le Suore, in particolare Suor Pasqualina, durante la preparazione alla prima Comunione; una persona buona, dai modi garbati, ma decisi. L’asilo Sant’Agata, cessò la propria attività alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, quando, con legge 444 del marzo 1968, il parlamento approvò la legge che istituiva la Scuola materna statale, facoltativa e gratuita, per i bambini di 3-4 e 5 anni. Avvenne così che l’asilo delle Suore, per alcuni anni, si trasformò nella sede della Scuola Materna Statale, e lo rimase fino a quando il Comune costruì i nuovi locali, accanto alla Scuola elementare.
Ma, la presenza delle Suore, è continuata anche in tempi più recenti, fino a pochi anni fa. Le aveva fatte tornare il Proposto Don Angelo Sadotti, negli ultimi anni del suo servizio nella nostra parrocchia, terminato nel 1988, con il subentro di Don Silvano Dominici. Anita, Romana e Scolastica, Suore “Serve di Maria Riparatrice”, furono le prime ad arrivare, per mettersi al servizio della parrocchia, ma anche, e soprattutto, dell’intera comunità, con frequenti visite agli ammalati, agli anziani, specialmente a quelli che vivevano da soli che, più di altri, avevano bisogno di compagnia e di qualche parola di conforto. Ognuna di loro aveva un sua specifica mansione: c’era chi collaborava con il sacerdote durante le funzioni religiose, chi faceva il catechismo, chi si occupava della cura della casa. Suor Romana, svolgeva anche il servizio di infermiera, andando a fare le medicazioni e le iniezioni nelle case di chi ne aveva necessità. Portavano la Comunione agli ammalati, o alle persone che non potevano muoversi dalle loro case, andavano a dire il Rosario ed a portare parole di sollievo nelle case delle famiglie dove c’era un defunto. I loro servizi, svolti sempre con umiltà e dedizione al prossimo, contribuirono a far sentire la chiesa più vicina alle famiglie, siano state esse composte da credenti o non credenti, perché le Suore non facevano distinzione fra le une e le altre. Entrarono a far parte della comunità, che ne apprezzò le opere di Misericordia, la loro attiva presenza nel portare aiuto a tutti, ma in particolare, ai più bisognosi ed ai più deboli. Con il passar degli anni molte di loro cambiarono la sede dove svolgevano la loro missione, solo Suor Anita, rimase ad Asciano fino al 2011, anno in cui, lei e le altre due Suore, dovettero lasciare il nostro paese. Ricordo ancora bene quel pomeriggio in cui, tante persone, nei locali del Centro Parrocchiale, vollero calorosamente ringraziarle per quanto avevano dato e fatto per la nostra gente. A distanza di quasi dieci anni, non sono pochi coloro che ancora le ricordano con piacere e nostalgia.
Fra l’ex asilo parrocchiale e la ex sede della Confraternita di Misericordia, si trova una striscia di terreno, di proprietà della parrocchia, coltivata ad orto, compresa fra un muro sormontato da una fila di mattoni disposti a triangolo e la cinta muraria. Una terrazza con affaccio rivolto verso il Parco della Rimembranza, la Caserma dei Carabinieri e, più in lontananza, verso la chiesa di San Francesco.
In quel basso edificio, compreso fra l’ex asilo parrocchiale ed i resti dell’arco di porta Massini, per tutta la seconda metà del secolo scorso, c’era stato un bar, comunemente chiamato il bar delle ACLI, in quanto affiliato alle ACLI (Associazione Cattolica Lavoratori Italiani), come lo era anche una bottega di generi alimentari (quella detta di Zazà). Successivamente, il bar, passò in gestione alla Virtus, per questo venne chiamato Club Bianco Verde, come i colori della maglia dei calciatori della società sportiva. Un edificio commerciale quindi, anch’esso di proprietà della Parrocchia, fino a quando venne venduto a Bancasciano, per ricavarne degli uffici.
La sua ottima posizione, in un lato della piazza dove si incrociano le strade per Siena, per la Val di Chiana e per la Val d’Orcia, ne faceva uno dei bar più frequentati, sia da parte di molte persone del paese, ma anche da coloro che vi si fermavano facendo una sosta durante il passaggio. Il locale, era composto da tre stanze, comunicanti fra loro, ciascuna con una sua porta d’ingresso sul lato della Piazza (allora Piazza Regina Elena, oggi Piazza della Pace). Due stanze, quella dove si trovava il bancone del bar e quella con i tavolini per giocare a carte e, per molti anni, anche con il juke box, avevano il pavimento allo stesso livello, mentre l’altra stanza, dove c’erano le sedie per sedersi a vedere la televisione, si trovava ad un livello più alto. Per arrivarci, infatti, si dovevano salire due scalini. Erano tanti i clienti affezionati a questo bar, persone di ogni età, tanti di loro sportivi. Ricordo ancora le domeniche pomeriggio, quando ci si riuniva per ascoltare, alla radio, un vecchio apparecchio di quelli a valvole, che si trovava su una mensola, al di sotto di quella dove era appoggiato il televisore, la radio cronaca delle partite di calcio di serie A. Le trasmetteva lo storico programma “Tutto il calcio, minuto per minuto” condotto da Enrico Ameri, Sandro Ciotti, ed altri famosi radiocronisti. E poi la sera, a vedere, alla televisione, la telecronaca registrata (in differita) di una partita di calcio, giocata nel pomeriggio, commentata, prima, da Nicolò Carosio, e poi, da Nando Martellini. Tempi della Juventus di Boniperti, di John Charles e Sivori, del Milan di Cesare Maldini, Trapattoni, Rivera ed Altafini, dell’Inter di Sandro Mazzola, di Corso, di Luisito Suarez.
Diversi i gestori del bar che si sono succeduti nel corso degli anni: ne ricordo uno in particolare: Bruno Neri. Bruno, raffinato barista, sia nel servizio al banco che ai tavoli, si dilettava anche nelle interpretazioni di personaggi nelle Commedie che venivano organizzate nella sala del Cinema Parrocchiale. Lo ricordo nel ruolo di Ulisse, nell’Acqua Cheta di Augusto Novelli, una commedia brillante, in dialetto fiorentino, dove recitava insieme ad altri ascianesi, più giovani di lui, anche loro appassionati di teatro. Il gradimento dei tanti spettatori presenti, indusse gli organizzatori a replicare la commedia per diverse serate.
Per terminare di parlare degli edifici adiacenti alla Basilica, rimangono quelli che si trovano sulla sinistra della scalinata: l’Oratorio della Santa Croce e la Casa Parrocchiale. L’Oratorio della Compagnia di Santa Croce, era il luogo dove si radunavano i componenti della Compagnia laicale detta, appunto, della Santa Croce, per pregare, ma anche con lo scopo di programmare azioni caritatevoli verso i poveri e di conforto, assistenza ed aiuto alle famiglie dei defunti. Una funzione di amore verso il prossimo, che si manifestava nei momenti del bisogno, simile a quella che oggi assolvono, o dovrebbero assolvere, le Confraternite di Misericordia. Quando, nel corso del secolo XVIII, la Compagnia cessò la sua attività, i suoi locali entrarono a far parte delle proprietà della parrocchia.
Salita la prima parte della scalinata, la superficie pianeggiante che separa il primo dal secondo ordine di gradini, si allarga, per formare il sagrato dell’Oratorio, fino a raggiungere i due gradini che, attraverso una porta, racchiusa all’interno di una riquadratura in travertino bianco, permette l’ingresso alla chiesa. Esternamente, l’edificio, ha una facciata lineare, con una balza in travertino, dalla quale si innalzano due lesene (due colonne) in laterizio rosso, fino a raggiungere le cornici sotto gronda. Nell’intonaco con delle incisioni, poco profonde, sono evidenziati dei rettangoli, per simulare un rivestimento. Fra le lesene si trovano due finestre rettangolari poste, in equidistanza, al di sopra del portone di ingresso.
L’interno dell’Oratorio si presenta con un’aula rettangolare sotto un soffitto con volte a vela, con unghiature, dove si trovano delle lunette affrescate. Sotto l’altare viene custodita la statua del Gesù morto, opera dello scultore Luigi Magi, nostro concittadino, molto cara e venerata da tanti ascianesi che, ogni anno, la sera del Venerdì Santo, viene portata in processione per le vie del paese. Sopra l’altare si trova la Deposizione di Gesù dalla Croce di Francesco Nasini, sulla parete, a destra dell’altare, il Crocifisso con la Vergine, San Francesco e Sant’Agata, di Bernardino Mei. Opere seicentesche, attinenti alla Passione e Morte di nostro Signore Gesù Cristo. Di fronte all’altare, nella parte a sinistra dell’ingresso, un bel coro ligneo, anch’esso seicentesco, rende l’Oratorio un luogo ameno e piacevole, adatto anche per le celebrazioni liturgiche. Come già detto in un precedente capitolo, l’Oratorio è stato, dal 1952 al 2001, la sede del museo di arte sacra.
Salendo il secondo ordine dei gradini della scalinata, accanto all’Oratorio, sul lato sinistro della Basilica, si trova la Casa Parrocchiale dove, nel corso del tempo, hanno abitato i Proposti che si sono avvicendati alla guida della parrocchia.
Oggi la carenza delle vocazioni sacerdotali consente, a mala pena, la presenza di un sacerdote per ogni parrocchia, ma, nel secolo scorso, nelle parrocchie di una certa grandezza, come quella di Sant’Agata, era prevista la nomina di un Cappellano, un viceparroco, diciamo, per aiutare il Proposto nelle sue molteplici funzioni. Ne ho conosciuti alcuni di questi Cappellani, ma quello che desidero ricordare, senza nulla togliere agli altri, è Don Giuseppe Bruni, comunemente ed amichevolmente chiamato, “Don Beppone” per la sua corpulenta statura. Arrivò ad Asciano, verso la metà degli anni Sessanta, giovane Prete, proveniente da Lecchi in Chianti, portando con sé anche il babbo e la mamma, ed andando ad abitare in una casa fuori dalla Porta del Bianchi.
In quegli anni erano molti i ragazzi ed i giovani che frequentavano la parrocchia, che si ritrovavano, per i loro incontri, nelle stanze al piano terreno della casa parrocchiale, comprese fra lo scrittoio del Proposto e la sala del cinema. Alcuni facevano parte dell’Azione Cattolica, alla quale, avevano dato vita, nel dopo secondo dopoguerra, alcuni giovani studenti, fra cui anche Mario Mencarelli. Don Giuseppe, persona dal temperamento gioviale ed aperto, riuscì subito ad entrare nelle simpatie dei giovani, che ne apprezzarono le qualità e le tante idee che era capace di proporre. Fu un periodo molto attivo, quello di quegli anni sessanta, con iniziative concrete, nello sport, nelle attività ricreative ed in quelle culturali. Risale a quegli anni infatti, la realizzazione del campo da tennis, nell’area accanto al cinema parrocchiale all’aperto, della fondazione del cento parrocchiale giovanile “L’Incontro”, avente per simbolo due mani che si stringevano, che aveva lo scopo di ideare, organizzare ed attivare le iniziative per i ragazzi e per i giovani, della parrocchia e del paese. Insieme al compianto Romano Bianchini (il Tito), Don Giuseppe, coinvolgendo nella sua organizzazione diversi giovani, ideò, e fece partire la “Festa della Canzone dei Ragazzi”. Era una manifestazione canora fra bambine e bambini che si cimentavano nel cantare le canzoni dello Zecchino d’Oro, allora, all’apice del suo successo.
I bambini cantavano le canzoni, Romano ed altri musicisti dilettanti, curavano gli arrangiamenti della parte musicale, due persone, in possesso di una buona pronuncia e di una spigliata presenza, facevano i presentatori delle tre serate della gara canora, che si svolgeva nel periodo invernale. Il tutto sotto la supervisione e la regia del suo principale artefice: Don Giuseppe. Tre serate con la sala del cinema parrocchiale piena zeppa di spettatori, entusiasti nel vedere la bravura di quei bambini che erano stati preparati, con tanta cura e passione. Durante le serate si esibivano, come graditi ed applauditi ospiti, anche, il complesso ascianese dei Draghi e quello rapolanese dei Cobra. La Festa della Canzone dei Ragazzi divenne così, per diversi anni, un appuntamento fisso ed atteso da tutta la cittadinanza che, a distanza di più di cinquant’anni, ne porta ancora un piacevole ricordo.
Purtroppo, tutto passa e tutto ha un termine, ed anche questa festa finì con il trasferimento di Don Giuseppe alla guida della parrocchia di Alberoro, una frazione del Comune di Monte San Savino, avvenuto nei primi anni ‘70 del secolo scorso. Anche nel suo nuovo incarico, Don Giuseppe, non mancò di farsi apprezzare dai suoi nuovi parrocchiani, lo potevamo vedere, tutte le volte che, volentieri, andavamo a fargli visita. Rimase in quella parrocchia per molti anni, fino a quando, verso la fine degli anni ‘90, venne nominato parroco della parrocchia di Rapolano Terme. Ritornò così, a poca distanza, dal paese dove aveva lasciato, un ottimo ricordo. Ebbi modo di incontrarlo in diverse occasioni e, tutte le volte, si finiva per ricordare gli anni della sua permanenza ad Asciano, delle tante cose che avevamo fatto insieme. Il 7 agosto 2017, all’età di 78 anni, è tornato alla Casa del Padre. Il suo ricordo rimarrà indelebile nel cuore di chi lo conobbe.

“Le Strade Nove”

Dal lato sinistro di Piazza della Basilica, una strettoia, compresa fra la facciata laterale dell’Oratorio della Compagnia di Santa Croce ed il palazzo di Enzo Cantelli, dà inizio a via Goffredo Mameli, conosciuta anche come via delle Strade Nove, non certamente da tutti, ma sicuramente da coloro che hanno già sulle spalle diverse primavere. La via, segue un percorso quasi parallelo, rispetto alla via Maestra, ma ad una quota più elevata e ad una distanza crescente, man mano che ci si allontana dal punto di partenza e ci si avvicina alla via del Canto. Il nome Strade Nove, e non Strada Nova, porta a pensare che la costruzione del tracciato della via, sia avvenuto in un tempo successivo a quello della Via Maestra, in quella “piaggiarella” (quel pendio), compreso fra la via principale del borgo e la vallata della Lama, nonché alla necessità di collegarle, con altre due brevi vie, che presero il nome di Costa delle Rose (oggi via Guglielmo Oberdan) e Costa delle Farfalle (oggi via Giuseppe Mazzini). Si può quindi supporre che con l’appellativo “Strade Nove” si volessero intendere l’insieme delle tre vie, prima della loro intitolazione agli eroi del Risorgimento.
Appena, iniziato a percorre Via Mameli, sul lato destro, un’agile scala, con gradini bassi e larghi, conduce a quello che, per tanti anni, è stato il Cinema Parrocchiale “il Cinema del Proposto, o del Prete”, al tempo, Don Angelo Sadotti. Si poteva assistere alle proiezioni dei film, sia al chiuso che all’aperto, nei mesi estivi, nell’area posta di fronte alla sala cinematografica. Un cinema molto frequentato dagli Ascianesi, nelle sere del sabato e della domenica, quando il locale, quasi sempre, era pieno di spettatori di tutte le età. Enzo Pianigiani “Migliaccino”, era l’addetto all’uso della macchina da proiezione, Renato Losi, postino di grande fede milanista, faceva i biglietti d’ingresso. Allora, non si guardava il film, mangiando popcorn o patatine, ma semi di zucca tostati o noccioline americane che, “Firenze” (Tullio Pieri) ed il “Trillo” (Attilio Giannettoni), vendevano all’ingresso, o passando col paniere fra una fila e l’altra di spettatori. Ma in quel locale si facevano anche altri spettacoli, come le commedie brillanti, interpretate da ’attori” del paese, persone comuni che dedicavano il loro tempo libero per prepararsi alla recitazione. Fra loro ricordo, in particolare: Sandro Moscatelli, Bruno Neri, Alberto Fabbri, Ferdinando Dotti, Luigi Landi, detto “il Golo”, bravissimi interpreti, e portatori di buon umore ai tanti spettatori che assistevano alle commedie, fra le quali mi vengono in mente: la Trisarca, il Castiga Matti, il Diavolo in Sacrestia, l’Acqua Cheta. Vi si svolgeva anche, come già ricordato, la Festa della Canzone di Ragazzi. Anche questo cinema, come il Ravvivati, luoghi entrambi di collettiva memoria, è, da molti anni, chiuso ed in progressivo degrado. Alcune volte ho sentito parlare di un suo possibile recupero, ma alle parole non sono, almeno fino ad oggi, seguiti fatti concreti. ...Vedi “Progetto Auditorium”...

Sintesi cronologica

998-1029 Costruzione della Pieve a croce greca sul preesistente tempio romano
1029 Trasferito Fonte Battesimale dalla Pieve di Sant’Ippolito
1045 La Pieve amministrata direttamente dalla Cattedrale di Arezzo
1100 (stima) Costruzione del campanile in stile romanico
1178 Papa Alessandro III conferma la giurisdizione della Pieve
1270 (stima) Ampliamento della Chiesa in stile gotico
1280 Dotazione della prima grande campana, dedicata a Sant’Agata
1393 Scoppia controversia sul padronato della Chiesa
1437 Decreto sui lasciti privati destinati ai bisogni della Chiesa
1440 Realizzato il grande crocifisso ligneo dell’abside centrale
1542 Pieve promossa a Collegiata da parte di Papa Paolo III
1596 Aggiunta nuova cella campanaria e merlature al campanile
1600 Tamponatura delle finestre del campanile per instabilità
1650 Aggiunta la seconda grande campana, dedicata a Santa Lucia
1726 Aggiunta la piccola campana, dedicata a San Pietro
1753 Istituita l’annuale festa del Santissimo Crocifisso
1790 Francesco Francini realizza la Via Crucis in ceramica
1805 Aggiunta la terza grande campana del Santissimo Crocifisso
1878 Inizio dei restauri necessari a garantire la stabilità dell’edificio
1883 Inizio restauri interni dell’architetto Giuseppe Partini
1884 (circa) Realizzata la scarpa di rinforzo al campanile
1885 La Collegiata viene riaperta al culto dal Vescovo di Arezzo
1952 Inaugurazione della statua esterna, in travertino, di Sant’Agata
1954 Inizio nuovo restauro con rimozione di tutti gli intonaci
1955 La Collegiata viene riconsacrata dal Vescovo di Arezzo
1964 Incendio di un confessionale e danneggiata Via Crucis
1974 La Parrocchia di Sant’Agata passa alla Diocesi di Siena
1995 Papa Giovanni Paolo II erige la Collegiata a Basilica Minore

Parrocchia di Sant’Agata — Piazza della Basilica 2, 53041 Asciano (Siena) — Telefono: 0577 552053 — E-mail: segreteria@parrocchiasciano.it

Stemma Asciano